Non andare cercando quale sorte il destino ha assegnato a me, a te; non consultare i maghi d'Oriente. E' meglio - vedi - non sapere; è meglio sopportare quello che verrà. Forse molti anni ancora stanno davanti a noi; forse questo inverno, che le onde del tirreno fiacca su la scogliera, è l'ultimo. Ma tu ragiona, vivi felice, e, poiché breve è la nostra vicenda, non inseguire i sogni di un futuro lontano. Ecco, mentre noi parliamo, il tempo invidioso se ne va. Cogli questo giorno che fugge, e non fidarti mai del domani.
(da Orazio, Odi, I, II)

giovedì 4 marzo 2010

La Zona Cieca di Chiara Gamberale

Stasera non nevica ma siamo pochini lo stesso, per un motivo o per un altro qualcuno non è potuto esserci. In compenso c'è Mercede col suo bel pancione. Mi fa un effetto vederla così e pensarla compagna di scuola al liceo! Siamo in otto, l'infinito. Tranne Alberto che resta al posto suo, gli altri, Mercede appunto, Maria, Letizia, Rosanna, Luisa, Lorenzo ed io, ci mettiamo in circolo, raccolti, presagio gradito alle confidenze, all'intimità sempre più intima.
È un libro che abbiamo letto e si è fatto leggere con curiosità la zona cieca. L’escamotage di Lidia, quello di scrivere al suo compagno sotto altra identità, sciamanica, a parte alcune zone cieche appunto riguardo al personaggio maschile Lorenzo, alla sporcizia intorno a lui, alla disperazione della e nella droga, ha mantenuto l’attenzione nella lettura. È un escamotage interessante. È indubbio secondo Maria che non si tratti di una storia normale e banale dove una lei cerca di attaccare a sé un lui. Piuttosto è la storia di un percorso che una donna riesce a fare, della capacità di un uomo di guarirla senza volerla guarire. Senza saperlo addirittura, come spesso capita perché poi questo agli uomini lo si deve riconoscere. A Maria questa donna non scandalizza, tutt’altro. Capace com’è di accettare l’uomo, Lorenzo, senza condizioni. Quest’uomo che riusciva a scrivere e dare attenzione, che sapeva essere perfetto nei momenti in cui doveva. E quello bastava. Una sveglia rotta che continui a tenere sul comodino e non riesci a buttare perché te l’ha regalata una persona cara. Lorenzo, il nostro, è critico col suo omonimo. Non riesce a comprendere le sue fortune e, pur condividendo il percorso di lei, di Lidia, trova che sia una donna malata, fragile. La scrittura poi non gli è piaciuta al contrario di Maria che l’ha trovata di comprensione immediata e che ha reso ancora più credibile il personaggio femminile con questo linguaggio di tutti i giorni, tipico di chi non mente a se stessi. Ci avventuriamo ora sulla storia. Possiamo definirla d’amore? Dipende da come lo si vede l’Amore, dice Letizia. Probabilmente era un bisogno che aveva lei, anche un bisogno che aveva lui. Mercede non è d’accordo. Pensa che nell’Amore non può esserci inerzia, come sembra dal personaggio maschile, un minimo di volontarietà deve sussistere. Inoltre non comprende come faccia Lidia a superare lo squallore del tradimento, di quel tipo di tradimento, sfrontato, tangibile agli occhi. Aspettate. L’Amore non è assoluto, interviene Rosanna. Lorenzo, quello del libro, vedeva delle cose in Lidia che lei stessa non vedeva e Lidia delle altre in lui che lui non sapeva. Non poteva sapere ad esempio la sua bella faccia quando mangiava qualcosa che non gli piaceva. Sembra un rapporto terapeutico il loro. Dove possono essere loro stessi, loro stessi che non conoscono. Già. Esplorano senza paura la zona cieca.
La discussione si allarga all’assenza di razionalità di una storia così, alla noia che sopraggiunge, alla ricerca poi della razionalizzazione di un sentimento irrazionale per definizione, ai tanti lorenzo e alle tantissime lidia, alle nostre esperienze - siamo belli in questo momento, ci stiamo svelando - all’errore d’investire la propria vita su quella degli altri, all’opportunità di nuovi rapporti, alla plausibilità di definire Amore un amore senza progetto e alle abitudini che lo fanno morire l’Amore, alla sciatteria che spesso consegue quando il pudore se ne va. E poi dopo? Se se ne va il pudore resta ancora l’Amore? Ma se se ne va, il pudore, non è l’estrema confidenza a subentrare e ad annoiarlo l’Amore? Non è l’estraneità che determina eccitazione? la non conoscenza che stimola la fantasia – è questa forse la vera motivazione dei tradimenti, Riccardo sembrava avere come un’ ansia di conoscere il mio corpo senza che gli dovesse sfuggire niente -  i personaggi presunti o inventati che rendono tollerabile il fatto che noi esistiamo davvero? Poi, solo alla fine, ci rendiamo conto che le storie, le storie d’amore, ci somigliano più di quanto somigliamo a noi stessi.

giovedì 11 febbraio 2010

Il Giorno prima della Felicità di Erri de Luca

Nevica. Però il gruppo è così impaziente che dubito si farà scoraggiare da un po’ di neve. Eppoi questa sera ci sono dei ritorni, Giusy e Barbara. Una da Roma, l’altra da un innamoramento. Rosanna non c’è perché occupa la scuola con suo figlio; Mercede ha avuto una settimana faticosa col suo futuro figlio; Angelo manca; gli altri ci siamo tutti: Alberto, Maria, Letizia, Luisa, Katia, Chiara, Luigi, Lorenzo ed io. Annuncio la partecipazione futura di Mirca e Riccardo, questa sera impossibilitati dal lavoro.
Siamo in undici e oggi è undici, il nono incontro di questo ciclo. Bello.
Siamo quasi tutti concordi sul fatto che il giorno prima della felicità si è fatto leggere più volentieri rispetto a il peso della farfalla. Maria si appresta a dire che lei ha letto volentieri anche l’altro. Infatti ha detto quasi, mi aiuta Letizia. Volevo dire che la lettura è stata più scorrevole indubbiamente per il fatto che qui non ci sono animali ma persone e nomi, che la storia passata e vera entra nel racconto rendendolo credibile. Gli americani, gli emigranti, la guerra, il duello per amore, ‘o panariello calato dalla finestra. Nu mumèee.  A Luisa infatti è parso di tornare nella sua città e Alberto ha riconosciuto suo nonno nel personaggio La Capa. Don Gaetano è piaciuto a tutti fuorché a Lorenzo che non ha letto. Dice che ha lavorato: ritorna accompagnato da un genitore, Lorenzo, non è una giustificazione ammissibile ( ti voglio bene, Lorenzo )! Alberto dice che avrebbe avuto piacere di avere a fianco una persona come don Gaetano. Già, soprattutto per farsi sostituire nelle chiamate della vedova. Siamo seri. E parliamo di questo ragazzino autistico a suo modo, schivo e indifferente perché troppo impegnato a crescere, dice Maria, e preso com’era da questo percorso di formazione della personalità non si è fermato ad Anna. Anna era lo strumento per imparare la vita. Mentre lei pensava di usare lui, per piangere finalmente, lui usava lei, per imparare a vivere semplicemente. Ognuno strumento dell’altro. Che non volesse essere amore? Sto pensando ora scrivendo. No. La figura di Anna sembra quasi imbruttisca la storia invece che ammantarla con la sua bellezza. Eppoi.  Mi stupisce questo ragazzo, quasi uomo, vissuto senza affetti, e che per contrappasso dovrebbe attaccarsi ad ogni parvenza d’affetto, e invece tutto lo lascia indifferente, la vedova e quella cosa della felicità con Anna. Sembra più importante il giorno prima che non quello della felicità. Condivido. Se non è stata una felicità improvvisa a sopraggiungere di solito non ricordiamo la felicità ma l’attesa della stessa. Il giorno prima. E per avere un giorno prima, dice Letizia, devi avere un obiettivo, un desiderio che realizzandosi generi la felicità. Vero, dice Luisa, che ricorda il giorno prima del matrimonio. Lorenzo si appresta a fare una comunicazione di servizio ovvero che l’addio al nubilato Luisa l’ha fatto molti giorni prima e non il giorno prima della felicità. Abbiamo capito. Ci chiediamo perché sia importante questo giorno prima della felicità. Forse perché la felicità, qualsiasi felicità, è troppo fugace, fatta com’è di momenti. Forse perché a volte è così desiderata che la esaurisce il desiderio stesso prima che sopraggiunga. Forse perché è una condizione difficile da riconoscere quando c’è. Carofiglio anzi Gianrico ( come quando uno si vanta di conoscere una celebrità e la chiama col suo nome ) in né qui né altrove fa scaturire la tristezza dei tre quarantenni proprio dalla loro incapacità di riconoscere o d’aver riconosciuto la felicità. La felicità è un regalo. Che meraviglia! Un regalo di cui non riconosciamo il valore subito o forse mai più, così ci resta solo il giorno prima. Tanti giorni prima per tutti i personaggi, interviene Luigi. Ogni personaggio ne ha uno suo che Maria, Giusy e Luisa partono nel cercare quale sia il vero giorno prima. Erri ( il vocativo è sempre stato il mio caso preferito ), se vieni, dovrai svelarci ‘sto giorno prima perché ci siamo un po’ persi. Ancora: Luigi pensa che il libro sia composto da due parti che lo dividono più o meno a metà. Gli è piaciuta più la prima. A Maria ha irritato la conversazione tra i due ragazzi ( però abbiamo trovato la frase da suggerire a Luigi per san Valentino alla sua fidanzata, mio fianco, palpebre di chiglia di navi ) e Letizia ritiene che le due parti, nel caso, non siano paragonabili.
Ognuno di noi aveva un brano o una frase preferita del libro, ognuno di noi ha letto quel brano o quella frase. Così è venuto fuori il pezzo di palazzo e il figlio della città, siamo dove viviamo, caro padre non ho preso da te; la libertà che non può trovarti nascosto; i libri che lasciano un vuoto incolmabile e che diventano ricci se c’è un incendio; la seconda voce di don Gaetano quando parla dell’Argentina; che bastano sei persone tutte in una volta e allora si vince, ci pensate? che gli uomini hanno bisogno di momenti speciali per mostrare il valore e invece le donne sono valorose nella normalità; la guerra che tira fuori ogni fetenzia; la notte che rende civile la città; un bambino senza carezze che non sente neanche le mazzate; il tempo che si mette addosso un odore per farsi riconoscere, mio padre è il caffè con la sambuca; le stelle addosso senza potersele scrollare; eppoi il giorno di convalescenza della felicità, quant’è dolce la malinconia che ci culla dopo che le cose sono accadute? E ogni giorno che nasce vergine di poesia; e la vita speciale che va difesa anche se deve passare del sangue; il napoletano che fa vedere le storie, l’italiano le scrive solo perchè è pigro e fa a meno dei casi.
Ancora: un giorno di maggio finito nel mazzo di dicembre e se ieri hai vinto a scopa hai finito di imparare.  

La Vita Fuori Stagione

Fuori era un giorno lucente, uno di maggio finito nel mazzo di dicembre.

( Il Giorno Prima della Felicità di Erri De Luca )