Non andare cercando quale sorte il destino ha assegnato a me, a te; non consultare i maghi d'Oriente. E' meglio - vedi - non sapere; è meglio sopportare quello che verrà. Forse molti anni ancora stanno davanti a noi; forse questo inverno, che le onde del tirreno fiacca su la scogliera, è l'ultimo. Ma tu ragiona, vivi felice, e, poiché breve è la nostra vicenda, non inseguire i sogni di un futuro lontano. Ecco, mentre noi parliamo, il tempo invidioso se ne va. Cogli questo giorno che fugge, e non fidarti mai del domani.
(da Orazio, Odi, I, II)

mercoledì 11 dicembre 2013

I grazie

Ci sono "grazie" che si dicono senza pensare, negli automatismi del nostro quotidiano, nei bar dove ordiniamo un caffè, alla commessa di un negozio, al passante che ci indica una strada che non conosciamo, all'edicolante o al portiere d'albergo, ovunque e con chiunque ci venga naturale, appena usciamo di casa e ci muoviamo nel mondo. Ci sono "grazie" che si dicono distrattamente, per buona educazione, e altri che ci fanno brillare gli occhi o accennare un sorriso. Ci sono i "grazie"sussurrati e emozionati, i "grazie" che ci sorprendono, i "grazie" informali e quelli che ci cambiano la vita. La gratitudine è un sentimento adulto, più si cresce e più si ha bisogno di manifestarla, prima che sia tardi, prima che ce ne scordiamo, per un'attenzione o un dono o una presenza, per qualcuno che c'è o che c'è stato. "Grazie" è una parola che non sente stanchezza e non contempla silenzi. Va detta. Sempre. Perché, come diceva Ibsen: "Nessuno vuol essere un'isola". 

 Grazia Verasani

1 commento:

  1. Ho trovato questo testo in un librino intitolato "La gentilezza nei luoghi di cura". Non so più neanche dove l'ho preso, forse da Nicoletta alla Trame. E' parte di un progetto che vuole contribuire al rilancio del senso civico. Le storie più significative realizzate - leggo nel libretto - sono su www.lacittacivile.it. Il sociologo Ilvo Diamanti dice che da quand'era bambino è stato educato a salutare tutti quelli che incontra sulla sua strada, e ha mantenuto questa abitudine perché "serve a stabilire una relazione. Un legame. Nulla di vincolante. Ma la persona con cui hai "scambiato" il saluto - dopo - non è più un "altro". Diventa un "prossimo". Semplice, no? Che ci vuole? Eppure tutti noi abbiamo sperimentato e ancora sperimentiamo volti che si increspano di diffidenza al nostro saluto. Io me ne frego e li risaluto. Ciao a tutti!

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