Quando è uscito questo libro, Bologna è stata tappezzata di una enorme luna rossa su ogni cosa visibile. Mi sembrava di rivivere una delle mie paure di bambina, quella di essere seguita sempre e ovunque da una presenza misteriosa.
Non andare cercando quale sorte il destino ha assegnato a me, a te; non consultare i maghi d'Oriente. E' meglio - vedi - non sapere; è meglio sopportare quello che verrà. Forse molti anni ancora stanno davanti a noi; forse questo inverno, che le onde del tirreno fiacca su la scogliera, è l'ultimo. Ma tu ragiona, vivi felice, e, poiché breve è la nostra vicenda, non inseguire i sogni di un futuro lontano. Ecco, mentre noi parliamo, il tempo invidioso se ne va. Cogli questo giorno che fugge, e non fidarti mai del domani.
(da Orazio, Odi, I, II)
lunedì 13 dicembre 2021
lunedì 10 febbraio 2020
La straniera di Claudia Durastanti.
Siamo pochi stasera, con un'assenza - fisica - eclatante perché Maria ha mancato solo un incontro, prima di questo. La precisazione fisica è doverosa perché il suo commento al libro è arrivato comunque, come spesso fanno - debbo dire - i miei bravi, bravissimi Itineranti.
lunedì 8 maggio 2017
Ismail e il grande coccodrillo del mare di Costanza Savini
Presenti Giuseppina, Letizia,
Maria, Mario, Giovanni ed io. E Zeno.
La proposta di questo libretto è
arrivata da Annalisa che purtroppo stasera non c’è, ma lo stesso ci ha fatto
pervenire la motivazione della sua scelta. Eccola.
lunedì 3 aprile 2017
L'Arminuta, incontro con Donatella Di Pietrantonio
mercoledì 5 aprile alle 19.30
presso la sala Acli di via Lame116 a Bologna
Itinerari di Lettura
incontra
Donatella Di Pietrantonio
- Ma la tua mamma qual è? - mi ha domandato scoraggiata.
- Ne ho due. Una è tua madre.
martedì 21 febbraio 2017
Prime letture del 2017
Il 2017 è iniziato con un buon libro tra le mani.
Di solito i titoli che elencano un numero di cose mi respingono, quasi
automaticamente. Probabilmente perché quel numero quasi sicuramente potrà
difettare. Ma il libro che sto per svelarvi ce l'ha solo come sottotitolo, l'elenco.
Il titolo principale è La lingua geniale. Da studentessa liceale ho amato il
greco più di ogni altra materia. Il mio incubo peggiore (scolasticamente,
parlando) è quello dove non sono più capace di leggerne l'alfabeto. E' anche per me una lingua geniale, il greco, e non so se ho
solo nove ragioni per amarlo. Eccolo, il sottotitolo. Di sicuro ne ho
sperimentato qualcuna di quelle che l'autrice svela come il mistero di una
lingua morta. La costrizione a farti ragionare. Poi, a racchiudere in
una vocale privativa il contrario di tutto. A vedere le cose sempre in maniera
diversa da come possono sembrare. A ragionare sul come, non sul quando. A
cercarne l'etimologia. Perché, sempre, alle origini di ogni cosa è utile tornare,
per capire.
La lingua geniale, 9 ragioni per amare il greco di Andrea Marcolongo
editori Laterza.
E' proseguito poi, il nuovo anno, con un breve e piccolo libro di una
casa editrice che amo molto, quella di Elvira Sellerio. Sull'orlo del
precipizio mi ci ha portato proprio il nome dell'autore. Curiosa di
conoscere una scrittura che continua ad essere scelta dall'editore.
La storia è paradossale. Le case editrici non esistono più. Vengono, via via
che lo scrittore Giorgio Volpe tenta di pubblicare il suo ultimo romanzo,
fagocitate da un mostro editoriale che traduce Manzoni e che vede i libri come
codici prodotto. Ahimè, non è poi così paradossale.
Sull'orlo del precipizio di Antonio Manzini Sellerio editore Palermo.
L'incontro di lettura di febbraio mi ha portato La vita felice. Che di
felice ha poco o niente. Un'atmosfera torbida mi ha tenuta inquieta e sospesa
leggendo di Elia e di un'estate dove viene rapita una ragazza.
La vita felice di Elena Varvello Einaudi
L'incontro di lettura di gennaio, invece, mi aveva suggerito
degli incroci. Potevo immaginare di che tipo, forse, ma da sola non ci
sarei mai arrivata. Mi perdonerà l'autrice se ho scritto incroci e non
Crossroads, come il titolo del libro. Devo ammettere che gli inglesismi li
soffro un po', e non solo gli inglesismi, ma qui uno dei protagonisti è
inglese. Allora taccio. La storia è quella di Marta e Robert, e di
Michela. Un bel personaggio Michela, ho tifato molto per lei, ma non rispetto a
Marta. I primi due, dopo la separazione, ingaggiano una
guerra che oltrepassa il rispetto per i figli e sovraccarica il finale. Un
bel finale quell'invito, ma non si tratta di Michela che per tutto il
libro è restata innamorata di Marta.
Crossroads di Mariateresa Funtò youcanprint.it
Eppoi, Donatella. L'ho letto d'un fiato l'Arminuta. Ho ritrovato la sua
scrittura dolorosa, schietta. Una storia di un altro secolo, e un altro secolo
è sicuro, ma non così lontano. Una storia di miseria, quella di una bambina che
a sei mesi viene passata come figlia ad una parente per poi ritornare alla
prima madre a tredici anni. Una storia di amore tra fratelli. La complicità che
salva qualche volta, per fortuna.
L'Arminuta di Donatella di Pietrantonio Einaudi
lunedì 13 febbraio 2017
La vita felice, Elena Varvello
Presenti Giovanni, Mariateresa, Sarah, Patrizia R., Giuseppina, Maria,
Margherita, Patrizia B., Elke, Annalisa ed io. E Zeno. Poi, finalmente è tornata
Letizia.
La vita felice è la storia di Elia Furenti e di suo padre Ettore. La storia
di un’estate e di una notte, nel 1978.
A raccontarla è lo stesso Elia, trent’anni dopo. Suo padre è stato
licenziato, ma ha ritrovato lavoro. Ha comprato un furgone, si comporta in modo
strano. Sua madre sembra rassicurarlo. Quell’estate un piccolo paese ai margini
di un bosco viene segnato dall’omicidio irrisolto di un bambino e dal rapimento
di una ragazza, mentre Elia prova la prima forte attrazione per una donna,
Anna, la madre del suo amico Stefano.
La lettura de La vita felice ce l’ha proposta Alessandra. Sarebbe
stato interessante ascoltarne le motivazioni, ma stasera ha avuto un impegno
imprevisto.
Anche Marella è assente, ma non ha mancato di inviare il
suo commento dove ammette
di aver approcciato “La vita felice” in modo prevenuto a causa di un forte
presentimento che il titolo del libro fosse un’allusione e che
venisse raccontata una vita tutt’altro che felice. Avrebbe preferito sbagliare,
ma purtroppo l’epilogo e la storia stessa hanno confermato ciò che si aspettava.
la sensazione che il libro le ha lasciato è inquietudine. E’ una storia cupa,
in cui io non ha visto nemmeno un briciolo di speranza e possibilità di
riscatto per i personaggi. Talvolta ha pensato che l’autrice avrebbe voluto far
arrivare ai lettori un sentimento di questo tipo attraverso alcuni gesti od
azioni dei protagonisti, ma a nessuno di questi è riuscita ad associare un
motivo di felicità. La madre di Elia e moglie di Ettore, Marta, le
ha fatto tenerezza. Ha letto pensieri ed azioni di una donna innamorata, troppo
piccola di fronte ad un uomo di tale portata e troppo spaventata di non essere
all’altezza della situazione; incapace di agire; statica. Ciononostante, la difende
perché con un marito così accanto la distinzione tra giusto e sbagliato è molto
confusa. L’alternanza della storia principale all’episodio di “violenza” trova
che sia un modo per tenere il lettore col fiato sospeso ed invogliarlo a
proseguire la lettura. Marella lo faceva con la speranza che qualcosa o qualcuno
cambiasse - agisse -, ma invano.
La prima
a replicare a Marella, per iscritto e poi anche a voce ai presenti, è Maria. Condivide la sua
sensazione di inquietudine, che da subito afferra e non lascia. La felicità non
esiste in questa storia, è vero, però la si riesce a intravedere a sprazzi. Una
felicità che non ha nulla di esaltante, ma in quella vita buia, in quei luoghi
alienanti e desertificati, forse per chi la prova è più intensa che in
situazioni perfette. Per esempio in Elia ragazzo, quando vive attimi di
benessere assoluto in quella che chiama amicizia con Stefano. Poi quando gli è
possibile stare con Anna e, dopo averla salutata, nel ricordo dei baci e delle
emozioni provate. Poi quando ricorda suo padre divertente e la madre
felice e lui con loro. Poi, da adulto, salvato dal lavoro lontano dal luogo
degli orrori, e da una donna con figlio, che lo vuole e lo tiene nella sua
vita, sapendo tutto di lui, ha consapevolezza che la vita felice è quella che ci resta e che quindi non va sprecata. Elia
ragazzo prova inconsapevolmente a salvarsi, non facendo troppe domande, e
allontanandosi appena possibile dal luogo cupo della sua casa. Non pretende
quasi nulla dalla mamma e in fondo ha paura di quel padre di cui non capisce la
pena, ma neanche riesce a pensarlo impazzito. Ne è profondamente turbato, ma
non sa dare nome a pensieri che gli arrivano improvvisamente su quello che il
padre potrebbe aver fatto e stare facendo. Non chiede mai conto fino in fondo
ai suoi genitori. Marta fa tenerezza anche a lei per la forza e la fiducia
nell'amore che nutre per Ettore al di là di ogni dubbio, di ogni sensazione
terribile di qualcosa che sta franando. Al figlio chiede fiducia e
sopportazione. Chiede davvero troppo. Ma nel momento in cui il pericolo è
evidente lo protegge tenendolo la notte con sé e poi allontanandolo di casa. Forse
non ha capito cosa stia accadendo al marito, ma di certo il suo amore non è
stato mai intaccato. Sembra che senza non avrebbe potuto vivere. Eppure senza
di lui poi vive. Poi Ida, c'è sempre. Amica sul serio. E madre sempre presente
per la sua Simona. Anna invece l’ha affascinato moltissimo, nel suo essere
fuori dagli schemi, non afferrabile mai, consapevole delle sue scelte e delle
conseguenze, consapevole degli stati d'animo del padre, del figlio, donna di
casa a tutto tondo, libera dentro a sufficienza tanto da non tirarsi indietro
di fronte al desiderio chiaramente percepito del ragazzo, e condiviso. E' colei
che lo ha iniziato alla sessualità e al tempo stesso è materna, incoraggiante,
protettiva a suo modo. Le due donne, anzi le tre donne vogliono che lui creda
che potrà dimenticare. Lui non dimentica, ma si salva. Ettore vien fuori pian
piano, tornando indietro all'inizio della sua schizofrenia, a cominciare da
quello che davvero succede con il suo cane, alla voce, alla presenza che gli
dice ogni tanto cosa fare. Alla mania di persecuzione, alla paranoia e a tutto
il resto. Si è spaventata nei momenti in cui vuole parlare con il figlio, vuole
insegnargli qualcosa, forse vuole parlare di sé. Secondo Maria l'autrice è
stata efficacissima nel tenere con il fiato sospeso, nell'infilare il lettore
in una ambientazione cupa, inquietante, torbida, malata, ma che non diventa del
tutto nera se non alla fine. Bravissima a darsi voce di maschio adolescente,
voce spezzettata, sbriciolata, buttata lì, via, a dire e non dire. Un
linguaggio asciutto, prosciugato.
Sarah ha cercato notizie sul libro e
sull’autrice ed ha scoperto che la storia è in parte autobiografica. Che il
piccolo paese di Ponte esiste e che Ettore Furenti è il padre. Personaggio in
cortocircuito che l'autrice ha amato senza poterlo davvero conoscere. Ci fa
ascoltare un’intervista dal suo telefono.
Giuseppina, con l’autobiografia, si
spiega ora il perché si possa scrivere una storia del genere. La lettura le ha trasmesso
quasi un senso di omertà, perché alla base della storia c’è uno stato di
terrore. Uno stato di angoscia di cui si fa carico il ragazzo. Non a caso, della
vittima non ha ancora parlato nessuno.
Mariateresa, mentre parliamo, crede
di stare rivalutando la figura della madre, Marta. Perché lei, dice, non
sarebbe capace di amare così, una persona così, profondamente disturbata. Dell’autrice,
se ha potuto scrivere del padre, è stata brava. Brava pure a mettersi molte
coperte addosso nel raccontare. Cambiando innanzitutto il genere del narrante,
un ragazzo anziché una ragazza. Investendolo di episodi tragici che, si spera,
non le siano davvero accaduti. Poi, mettendo tanto tempo in mezzo. Forse, l’operazione
di ricordo che Elia ha condotto, o l’autrice stessa, è dovuta al fatto che ci
si sente in colpa ad amare una persona terribile, è un peso da sgomberare amare
una persona che ha fatto del male. Una frase l’ha colpita nel libro, seppure
non le sia stata del tutto chiara. Quella sulla delusione, che ti tiene legato
alle cose sbagliate.
A Patrizia R., aver saputo del
tratto autobiografico, ha chiarito l’assenza di giudizio che ha respirato per
tutto il libro. Il lettore si è trovato chiuso nel recinto di quella famiglia,
di quella storia, tutti a viverla dall’interno e nessuno che la guarda da
fuori. L’atteggiamento di Marta, la madre, è una mostruosità, perché sarebbe
bastato un attimo. Eppure lei l’ha sentita la consapevolezza di questa donna,
di cosa le sta succedendo. Ha sentito il pericolo insito dell’amore, della famiglia
e del non vedere. Legge l’ultima pagina Patrizia e dice che è forse lì la
spiegazione alla delusione. Accettare il bene che hai voluto ad una persona che
ti ha fatto male.
Margherita si è chiesta come viva la
malattia mentale di un genitore un bambino. La madre non le è piaciuta, non ha
dato mai spiegazioni. Ha negato la malattia, lasciando solo il figlio. La storia
per lei non è autentica perché trova difficile, se non impossibile, che una
persona malata, così profondamente disturbata, possa mantenere una relazione
affettiva così forte. C’è qualcosa che non le torna, l’ha letto come un bambino
che cerca di spiegarsi un’incoerenza.
Letizia, siccome non veniamo a capo
di una vita felice in questa storia, prova a dirci che la vita felice è un progetto. Quello di Marta. Non c’è una
negazione, ma tutto deve andare avanti così. Per questo sminuisce tutto ciò
possa intaccare il suo progetto, la sua vita felice. Va’ a dormire, non è
niente, si potrebbe riassumere.
Annalisa vede tutt’altro che una
vita felice, anche ammettendo un progetto. Vede una vita difficile con una
persona malata, non curata. E riguardo a Marta, al suo non vedere, ritiene che
a volte le cose non le vedi proprio perché non le vedi davvero. Non perché non
vuoi.
Ad Elke il libro è piaciuto molto. Non
ha amato il modo asciutto di scrivere, difficile per mancanza di descrizioni. I
personaggi le sono piaciuti tutti, Marta deludente. Come madre avrebbe dovuto
proteggere di più il figlio. Ha desiderato che il padre si allontanasse nei
momenti di lucidità e ha sofferto per frasi scritte male, ma solo per rendere
autentico il parlare colloquiale di un ragazzo.
Patrizia B. ha provato un dolore
fisico leggendo. Una sensazione terribile di cui è riuscita a liberarsi solo
con noi stasera, ascoltando. Non riesce a capacitarsi però di un figlio che
deve vedere il padre come un criminale. E non se ne capacita neppure lui,
forse, se dopo tanti anni, dà ancora voce ad un terrore. Di quel terrore la
madre sa, eppure lascia che gli resti e se lo porti da grande.
A Giovanni piacciono le storie a
lieto fine. E, sebbene il libro gli sia piaciuto, il finale lo ha lasciato con
l’amaro in bocca. Ha apprezzato la scrittura. Breve ed efficace. E proprio in
ragione della bravura dell’autrice in efficacia e brevità, non avrebbe voluto
che ci svelasse l’uomo immaginario. L’uomo che diceva le cose ad Ettore
Furenti, che vedeva solo lui. Avrebbe dovuto lasciarlo all’intelligenza del
lettore. Gli scrittori a volte si fidano poco dei lettori, ed è un peccato.
L’inquietudine e l’angoscia che mi
ha fatto vivere questa storia è stata pari alla speranza che accadesse qualcosa
di concreto. Ma non qualcosa di terribile, come la morte del bambino e il
rapimento della ragazza. Prima ancora anche il povero cane. Qualcosa di
concreto come fa Santo Trabuio. Di lui si dice poco, ma quel poco basta a darci
l’idea che le cose si fanno. Prima che dirle si fanno. Nel libro una frase mi
ha colpito ed ha racchiuso il senso, terribile, della storia. Quella secondo
cui se tieni per te le cose, non sembrano
poi così vere. Forse. Elia dopo trent’anni ci torna su quella storia. Se la
racconta. Lui, se la racconta. Quando il padre è morto da tempo e non vede più
la madre. Fa cadere i sospetti sulla colpevolezza della morte del bambino, non
sul rapimento della ragazza. Perché, almeno, la ragazza non muore. Succede così,
penso, che proviamo a riabilitare una persona cara che non c’è più. Per chi
resta a volte è necessario.
lunedì 7 novembre 2016
In quel che resta del tempo
Maria, la nostra Maria, ha scritto un libro.
La storia di una donna, e di un barbone.
Mercoledì 9 novembre alla Libreria Le Trame in via Goito a Bologna si terrà la prima presentazione.
Alle 18.00, vi aspetto.
martedì 18 ottobre 2016
Lettera a Dina di Grazia Verasani
Presenti Sarah, Lavinia, Maria, Mario, Margherita, Giuseppina, Patrizia
R., Marella, Mariateresa, Patrizia B., Elke, Barbara, Rosanna, Carla, Annalisa
ed io.
Lettera a Dina è il racconto di un’amicizia trentasette anni dopo. Due
ragazzine, molto diverse tra di loro, si incontrano per la prima volta in
seconda media. Ne nasce un’amicizia duratura e travolgente, ossessiva e
morbosa.
È stata Elke a proporci questo
libro e le chiediamo la motivazione. Ci racconta di essere stata alla
presentazione con l’autrice e di essersi incuriosita. L’autrice, nella
presentazione, ha suddiviso il libro in due momenti. La prima parte
caratterizzata da Dina. La seconda dalla voce narrante che è poi, senza alcun
dubbio sia secondo Elke che secondo Maria, Grazia Verasani in prima persona.
Ancora, che l’amicizia in adolescenza è religiosa. In età adulta diventa laica.
Per Sarah è stato un libro
tossico, questo Lettera a Dina. E la tossicità è stata nel fatto che non le
piacesse, non le è piaciuto, ma ha desiderato comunque arrivare alla fine.
Per Mario una prosa asciutta,
semplicemente. Non è il suo genere di libro, ma vuole ascoltare i nostri
commenti.
Secondo Mariateresa manca di intimità.
Non si è annoiata nella lettura, l’ha letto tutto d’un fiato. Ma l’ambivalenza
o ambiguità di fondo l’ha disturbata. Perché, se uno scrittore parla di sé,
deve dirlo. Se decide di fare autobiografia e non vuole dirlo, allora adotta
delle strategie. E la Verasani le ha adottate, vedi la relazione amorosa, lo
psicanalista, la città che è evidentemente Bologna, nomi freudiani solo con le
iniziali. Tutto per incentivare la curiosità morbosa del lettore. Infatti, il
punto di vista di un’amicizia morbosa è tutto del lettore, non di Dina. Quella
di Dina è semplicemente una dichiarazione d’amore che non riceve mai risposta.
La parola chiave è dipendenza.
Carla ha trovato solo un rapporto
molto sentito.
Patrizia R. si associa alla
definizione di Sarah, di tossicità e aggiunge che la voce narrante, o Grazia, è
stata tanto vicina a Dina da far diventare tossica la sua scrittura. Dina è
ossessionata. Definire questo libro un racconto sull’amicizia è riduttivo. La
mancanza di intimità lamentata da Mariateresa per lei è un’àncora di
salvataggio del libro che altrimenti l’avrebbe disturbata.
Giuseppina riferisce di un libro
che turba. Che racconta di un amore che non rende felici, di un bisogno di
liberarsene senza riuscire a farlo. Dina succhia la vita. Affascina, ma non fa
vivere chi sta accanto. E quindi, chi sta accanto, saggiamente, la lascia.
Trova interessante il commento di Mariateresa e si chiede se, dunque, non abbia
mai risolto quella storia perché innamorata. È un rapporto intenso quello tra
le due ragazze. Così diverso da quello con R. Questo racconto è come se ci
dicesse che, passato quel momento della vita, non sia più successo di provare
quelle cose. Che, meno male, se le porta dietro.
Margherita è d’accordo con
Giuseppina. È un amore perverso. Tra le due non c’è quella distanza che
permette un amore equilibrato.
Marella ha letto di un’amicizia
morbosa, non di amore. La tossicodipendenza, da cui è affetta Dina, è un
problema degli anni di cui si narra. Ed è un problema di Dina, che ci si è
trovata in mezzo per sua debolezza, non l’attribuirebbe all’amicizia. Ma quando
Dina muore prima che l’amica potesse parlarle ancora, ecco che arriva
l’ossessione. Arriva il senso di colpa.
Maria ha sentito l’amore di
Grazia estremamente frustrato. Grazia ha rivendicato la prosa asciutta non
piaciuta a Mario anche per via di questa frustrazione. Il punto è che, come
dice lo psicanalista nel libro, l’amore non salva. Sembra banale, ma non è
amore quando si richiede come salvazione. Legge a pagina 92 Maria. Tutte le domande
su Dina restate senza risposta, dopo.
Annalisa crede di capire, ora,
perché la Verasani alla fine non sia venuta ad incontrarci. È un libro troppo
intimo. Un’amicizia femminile che è amore. È imbarazzante. È sconvolgente. È
amore, appunto. Non si sente in colpa per Dina, la narrante. Ma per non aver
detto a Dina del suo amore.
Rosanna è affascinata
dall’operazione di scrivere ad una persona che non c’è più. Dina è la
protagonista. Dina è bella perché l’altra la trovava bella e per questo aveva
bisogno dell’amica. Il libro è un capolavoro perché è la necessità di elaborare
il fatto che non tutto sia possibile, sempre.
Concordo con tutti i commenti, di
quelli a cui il libro è piaciuto e anche di quelli a cui non è piaciuto. Perché
non so dire se lo consiglierei, se lo sceglierei ancora. Ma di certo anch’io
l’ho letto desiderando solo di arrivare alla fine. L’operazione cui fa
riferimento Rosanna è necessaria per alcuni che hanno perso delle persone care.
Si sente il bisogno di mettere le cose un po’ a posto e per questo, so per
certo, che alla narrante od all’autrice, dunque al racconto, riservo tutto il
rispetto che una tale operazione richiede. L’escamotage letterario di vedere la persona che ci manca credo sia
un buon finale nella storia, che alleggerisce finalmente la morbosità
angosciante di una cosa chiamata amicizia.
giovedì 1 settembre 2016
nona edizione, i gusti degli Itineranti
Sul
finire dell'ottava edizione ci siamo interrogati sull'Itinerario da percorrere
nell'edizione successiva.
Quello del romanzo storico ha spesso fatto intravvedere stanchezza, assenze dell'ultimo minuto per libri non letti o, addirittura, assenze definitive per il piacere di tornare a leggere ciò che, appunto, piace.
Ho chiesto suggerimenti agli Itineranti.
Sono arrivate proposte di letture su temi come l'adolescenza o percorsi fuori dalla normalità, fiabe per adulti, la risata, il disagio, le biografie.
Alla fine la votazione di scelta è ricaduta su I gusti degli Itineranti. Che vuol dire che ognuno di noi propone un libro, di qualsiasi genere letterario. L'unica condizione restante è che l'autore sia italiano e vivente. Inoltre, il proponente si impegna a contattane l'autore per l'incontro di discussione.
Non si sono ancora espressi tutti, ma intanto sono arrivate queste proposte di lettura:
Quello del romanzo storico ha spesso fatto intravvedere stanchezza, assenze dell'ultimo minuto per libri non letti o, addirittura, assenze definitive per il piacere di tornare a leggere ciò che, appunto, piace.
Ho chiesto suggerimenti agli Itineranti.
Sono arrivate proposte di letture su temi come l'adolescenza o percorsi fuori dalla normalità, fiabe per adulti, la risata, il disagio, le biografie.
Alla fine la votazione di scelta è ricaduta su I gusti degli Itineranti. Che vuol dire che ognuno di noi propone un libro, di qualsiasi genere letterario. L'unica condizione restante è che l'autore sia italiano e vivente. Inoltre, il proponente si impegna a contattane l'autore per l'incontro di discussione.
Non si sono ancora espressi tutti, ma intanto sono arrivate queste proposte di lettura:
Elke,
Lettera a Dina di Grazia Verasani
Marco, Mio fratello rincorre i dinosauri di Giacomo Mazzariol
Sarah, Il matrimonio di mio fratello di Fausto Brizzi
Rosanna, La prima verità di Simona Vinci
Alessandra,
La vita felice di Elena Varvello
Annalisa,
Ismail di Costanza Savini
Margherita, Il saltozoppo di Gioacchino Criaco
Giovanni, Alpi segrete. Storie di uomini e di montagne di Marco A. Ferrari
Maria Teresa, Tre noci moscate nella dote della sposa di Simona Cleopazzo
Possiamo cominciare.
lunedì 27 giugno 2016
ci vediamo a settembre 2016
La serata di saluto dell'ottavo itinerario si è svolta nell'accogliente casa di Giuseppina. Una pizza che non arrivava mai, una crostata di prugne selvatiche fatta da Rosanna e tante chiacchiere. Bello. Grazie.
In questa ottava edizione abbiamo
scelto, tra qualche malumore, l’itinerario del romanzo storico. Non è stata
facile la scelta dei libri da leggere perché, nella definizione del genere
prescelto, sono confluite diverse interpretazioni. Abbiamo anche chiesto
ragione a Marcello Fois ed a Valerio Varesi, che questa edizione l’hanno
aperta.
Secondo l’assunto manzoniano, un
romanzo, perché sia definito storico, dovrebbe rispondere a tre coordinate:
vero per soggetto, interessante per mezzo, utile per iscopo. Allora, certamente è capitato di leggere libri che sfuggono alle famose coordinate. Che non ci hanno dato sicurezze cognitive, pur pretendendo di riferirsi alla realtà. Che non sempre ci hanno restituito autenticità, pur evocati da documenti. Che, proprio a causa di questi documenti, si sono confusi od hanno finito per sembrare dei saggi storici.
È stato utile? Senza alcun
dubbio. Ho stima profonda dei miei Itineranti. Ho consapevolezza che il nostro
punto di vista sul mondo non derivi solo da testimonianze, più o meno
autentiche, ritrovate nelle letture. Derivi, invece, dal raccontarci in
continuazione, dall’ascoltare voci. Le nostre. Non smettere anche quando
possiamo anticipare il pensiero di un altro. Non è scontato quello che può
arrivarci.
Ci vediamo a settembre con Storia di Caterina e La vita al rovescio ed i loro autori.
lunedì 6 giugno 2016
La strage dimenticata, Andrea Camilleri
Solo a mezzogiorno arriva la
notizia che la sala non sarà disponibile questa sera. Ci rincorriamo un po’ tra
messaggi ed e-mail per decidere il da farsi, quando Giovanni ci offre la
soluzione offrendoci il suo studio. Staremo stretti, dice. Invece siamo stati
comodi e a nostro agio col verde prorompente fuori dalle finestre e gli uccelli
e il loro canto a colmare brevi silenzi.
Siamo non in pochi, nove, ma
neppure tanti. Degli assenti soffriamo sempre la mancanza. Naturalmente è
presente il padrone di casa, Giovanni. Poi, Giuseppina, Patrizia R., Maria,
Patrizia B., Sarah, Marco, Annalisa ed io.
Abbiamo letto un altro Camilleri,
accidenti. Penso ad Alberto che l’aveva proposto sin dal primo incontro in quel
dicembre del 2008. Ce l’abbiam fatta, Alberto, vedi? E non è andata male col
tuo illustre conterraneo.
La strage dimenticata nei
Meridiani Mondadori, di cui Giuseppina mostra una copia, viene annoverata nella
raccolta di romanzi storici e civili dell’autore. Non conoscevo l’esistenza di questa
raccolta, ma sin dalla prima lettura del libro, già nell’ottobre 2014, sono
stata convinta dell’appartenenza al genere romanzo storico. Pochi altri la
pensano come me, stasera.
Proviamo ad inquadrare il
racconto, intanto. Camilleri ci parla di una strage dimenticata, anzi due. Una avvenuta
a Borgata Molo, l’altra a Pantelleria. Della prima abbiamo solo un elenco di
morti e pochi, laconici verbali; della seconda, il registro municipale dei
morti è stato fatto sparire. E il racconto che ne risulta, è come una lunga
parentesi dell’autore. Alcun documento. Solo pensieri dell’autore.
Il periodo storico delle due
stragi è quello dei moti del ’48. A Borgata Molo morirono centoquattordici
persone, servi di pena, soffocate come topi in una prigione. La prigione
descritta da Camilleri toglie il respiro, nel vero senso della parola. Soffoca.
E soffocò. A Pantelleria ne morirono quindici, rinchiusi e sparati dentro una
stanza. Quelli che solo per voce
popolare avevano partecipato all’ammazzatina del capo della polizia.
Annalisa l’ha sentito tutto il
respiro che mancava e ha dovuto fare una pausa nella lettura. La descrizione
della prigione le ha messo paura. L’ha colpita la colpa che gira nel romanzo, e
il fatto di fare altri morti per eliminare colpe di altri. Per fortuna, dice,
la seconda parte, che è la chiusura della calunnia, con qualche fatterello,
qualche ironia, è risultato più leggero. Anche se sembra una presa in giro la
spiegazione dello storico, di Camilleri, fatta così con leggerezza, con ironia.
Giovanni più che ironico, trova
il racconto sarcastico. Proprio perché la storia è talmente terribile che gli
risulta difficile raccontare. Per lui il romanzo storico c’è tutto, perché
aveva un solo documento l’autore su cui ha lavorato di fantasia.
Sarah si annoia a leggere fatti
raccontati così. Lei ama i dialoghi. Sulla leggerezza anzidetta da Annalia,
ritiene che più le cose sono gravi e più, generalmente, si tende a mantenere un
profilo bassissimo, per non attirare l’attenzione e lasciare che il silenzio
ammanti tutto. Forse l’autore voleva trasmettere questo.
Giuseppina è stata colpita dalla
distinzione dei delitti. Abbiamo detto che i morti di Borgata Molo erano
carcerati. Il delitto che attenta alla proprietà era considerato il più grave e
punito più severamente. Mentre per le lesioni gravi, che attentavano alla vita,
era prevista una pena di gran lunga inferiore. Inoltre, per i reati contro la
proprietà, che presupponevano un certo grado di istruzione in chi li
commetteva, la pena prevista era veramente piccola. Il ladro che li commetteva,
infatti, era considerato molto vicino, come classe, a coloro che avevano
redatto i codici. Giuseppina non ha capito se la presa d’aria nella prigione
non sia stata lasciata per ignoranza od altro. Una ignoranza iniziale,
indubbiamente, che diventa scelta precisa.
Patrizia R. ha faticato, pur con
l’amore scoperto per Camilleri, perché, ad un certo punto, le è sembrato un suo
puro divertimento, il racconto. Le è sembrato che gli sia capitato tra le mani
questo documento, l’elenco dei morti, e abbia ragionato solo sul cosa poteva
farsene, come utilizzarlo. Le è arrivata una specie di leggerezza delle cose. Solo
che qui, anziché sembrare leggere, le cose, sembrano ancora più tragiche. Le sembra
non ci siano mai state cose così. Ma un pensiero è andato ai migranti in questi
giorni.
Anche Marco ha pensato ai
migranti. A lui il libro è piaciuto soprattutto perché gli ha lasciato un senso
di gratitudine profonda verso l’autore che l’ha messo a parte di queste storie,
come già aveva fatto Deaglio con la storia dei fratelli Defatta. Gli è piaciuta
la lista dei nomi con l’età. Come a voler sottolineare che ogni vita è
preziosa. Gli ha stimolato interrogativi rispetto all’importanza che ogni
persona ha. Gli ha mostrato ancora una volta quanto gli uomini siano impietosi
con gli altri uomini. È un richiamo fortissimo alle proprie responsabilità, questo
racconto. Tornando ai migranti. Vediamo i barconi, li vediamo tutti i giorni,
ci chiediamo cosa possiamo fare, ma già cancelliamo la risposta.
A proposito dell’elenco dei nomi,
Patrizia R. ha voluto leggere a voce alta.
Maria non è d’accordo con me con
l’appartenenza al genere romanzo storico, continua ad avere l’idea che questo
genere sia altro. Ma ritiene che tutto quanto è stato detto stasera sia
sacrosanto. Soprattutto è stata profondamente colpita dal senso di soffocamento
provato da Annalisa. Per lei il libro resta una ricerca storica, un documento,
ma deve ammettere che la denuncia contenuta, il fatto, la tragedia, siano
sconvolgenti. Ed è felicissima di averlo letto. Perché, come per Deaglio, per
Castellina, le cose raccontate non possono non interrogarti. Le hanno dato
fastidio i tecnicismi, per cui sono stati i benvenuti l’ironia e il sarcasmo da
un certo punto in poi. Avrebbe voluto trovare un pezzettino di vita di tutti i
nomi elencati. Così, la prende solo come una storia atroce, ma nulla di più.
Patrizia B. è venuta ad
ascoltarci.
A parte la dichiarazione dello
stesso autore in diversi punti del libro, di una soluzione romanzesca della
storia, di una ricostruzione a favore della fantasia e non del judicio, e il
fatto che non abbia la testa e lo stomaco di certi storici, io, come ho detto
all’inizio, resto convinta dell’appartenenza al genere che stiamo leggendo. E non
per atto di fede alle dichiarazioni di Camilleri. È vero. Ci sono anche i
verbali oltre all’elenco dei morti, almeno per la prima strage. Le vite
accennate ci sono, anche in una breve frase, in una parola. Questi carcerati
che diventavano maestri dell’artigianato me li sono immaginati. Ho provato a
delineare chi aveva costruito i due altarini nella casa di Carolina Camilleri,
sicuramente un servo di pena paziente. E chi aveva lasciato quei quaderni nella
torre. Un servo di pena romantico. Credo che la difficoltà nel rinvenire il
romanzo sia data dalla stringatezza del libro. Riguardo ai tecnicismi, che
indubbiamente ci sono, penso che facciano parte del racconto storico,
inevitabilmente, che si ama oppure no. La lingua non è ancora quella del
Camilleri più recente. E sì che questo è un libro di più di trent’anni fa, dove
forse l’autore stava ancora cercando un suo modo, ma anch’io, come Marco, sono
grata a chi racconta. In qualsiasi modo, mi verrebbe da dire. Come Marco ho
sentito forte il richiamo alle responsabilità, al non nascondersi dietro all’inconsistenza
del o si faceva la scala o si faceva la
presa d’aria.
Sul finire dell’incontro parliamo
dei migranti. Tutti ci diciamo scandalizzati dalle scene raccapriccianti che i
media ci restituiscono. Poche sere fa ho pianto su uno spettacolo messo in
scena da studenti sulle migrazioni. Ma poi, come ha chiesto Annalisa, quanti di
noi farebbero davvero qualcosa?
Due merli si rincorrono
chiassosi.
lunedì 16 maggio 2016
La rivoluzione della luna, Andrea Camilleri
In attesa che arrivino tutti,
proviamo a mettere giù nuove proposte di lettura per il prossimo incontro,
ormai l’ultimo di questo ottavo itinerario. Non solo. Anche del nono, visto che
si vuole ancora leggere. E per molti anni.
Per il prossimo incontro viene
accolta la mia proposta, un nuovo Camilleri. Mentre per il nono itinerario
viene accolta la proposta di Sarah che ha avuto una idea geniale che
accontenterà tutti: i gusti degli Itineranti. Ogni lettore proporrà un libro,
non importa il genere letterario. Un libro che gli piace. Restano ferme le
condizioni, di autore italiano e vivente. Chi propone il libro si incaricherà
anche, se riesce, di contattare l’autore ed invitarlo alla nostra discussione.
Altre proposte, non accolte, sono state la risata, il disagio, l’adolescenza,
le fiabe per adulti, le autobiografie.
Intanto sono arrivati quasi tutti
quelli che ci saranno questa sera. Maria, Patrizia R., Giuseppina, Margherita,
Alessandra, Marco, Lavinia, Sarah, Annalisa, Rosanna, Giovanni.
Camilleri è stato un rischio col
suo italiano siciliano. Per tanti stasera presenti un battesimo, non andato
male per fortuna. Per Patrizia una vera e propria cotta a prima lettura.
La storia narrata dall’autore è
quella di Eleonora, vedova del viceré di Sicilia don Angel de Guzmàn. Siamo nel
1677, quando per la prima volta e per pochi giorni, un ciclo lunare, la Sicilia
ebbe un viceré donna. Donna Eleonora, appunto, che don Angel si era premurato
di indicare come successore alla sua morte. Il nuovo viceré deve scontrarsi con
l’illegalità diffusa, con desideri corrotti, con la profanazione di giovani
donne in luoghi che avrebbero dovuto proteggerle, col popolo affamato da una
tassazione schiacciante.
Sarah lo dice che è di parte, che
a lei Camilleri piace sempre. Ma qui l’ha apprezzato ancora di più, perché
riesce ad essere leggere, sempre, anche raccontando nefandezze indicibili. Poi,
sempre critico. E a chi fa notare la difficoltà della lingua, il siciliano, restituisce
che le è stato più faticoso lo spagnolo. In effetti molti dialoghi di Eleonora
sono in spagnolo, e la difficoltà di lettura è stata reale.
Patrizia ha trovato affascinante
la descrizione dell’ascesa di questa donna. Sullo stile, l’ho già anticipato,
ha preso una cotta per l’autore perché il dialetto è molto, molto di più della
lingua che usa. È come un film in bianco e nero che perde l’essenza se lo si
colora. La lingua è un romanzo nel romanzo, e c’è una specie di saggezza nel
suo uso.
Maria aveva saltato la prima
parte per andare a cercare subito Eleonora. Poi, poco fa, mentre ci aspettava,
si è accorta di aver perso della descrizioni di don Angel bellissime. Era molto
diffidente, nel senso che non si fidava di sé, ma ne è stata assolutamente conquistata.
Non ha potuto godere della lingua, sebbene abbia avuto più difficoltà con lo
spagnolo, ma si è divertita come fosse a teatro. Ora è orgogliosa di aver
superato l’ostacolo, ma, deve ammettere, che la storia non le ha lasciato
molto. Le è sembrato un romanzo sull’astuzia di una donna, più che la storia di
Eleonora.
Giuseppina trova che il libro si
legga, non lo ha finito solo perché presa da altre cose. Anche lei ritiene che
non lo si gusti del tutto. E che per trattenere qualcosa ha dovuto leggerlo ad
alta voce. Secondo lei è un libro che non favorisce l’introspezione, perché si
resta un po’ all’esterno. Poi, Camilleri è un autore che ti porta dove vuole
lui. Sul dialetto dice che nella lingua che ci è propria si riescono a dire
cose atroci con facilità.
Lavinia non ha capito se le piace
o non le piace, il libro. Un po’ si è persa, ma le è venuta la curiosità di
documentarsi su questa storia originale, scritta in maniera originale.
Annalisa ha sentito stanchezza
perché la storia ha tirato fuori di tutto di più. Una storia utile, comunque.
Marco ha elogiato il dialetto
così espressivo, Alessandra pensava di far fatica e invece no.
Rosanna gode moltissimo delle
spiegazioni di Camilleri all’inizio della puntate su Montalbano, il telefilm. Ma
non ha capito cosa ci sia di vero in questa Eleonora. Sicuramente il lettore è
stato graziato, perché l’autore ha avuto l’accortezza di scrivere il dialetto
in forma orale, così come si legge.
Margherita è rammaricata perché
tutto, poi, torna come prima.
Già. Eppure io ho ammirato
tantissimo donna Eleonora, il suo procedere fermo e deciso, sapendo forse che
tutto sarebbe tornato come prima. Cosa c’è di vero, Rosanna? C’è tutto. Il
viceré donna Eleonora ha fatto cose grandissime in soli ventotto giorni. Ha
dimezzato il prezzo del pane, abbassato il numero dei figli per i padri onusti,
creato dei ricoveri per le orfane e per le vecchie prostitute, ha fatto
dimettere l’intero Sacro Regio Consiglio corrotto. Non vi ho trovato solo
astuzia. Eleonora è sicuramente intelligente, oltre che bellissima, e combatte
con intelligenza che, se anche declina in astuzia, mi rende fiera di
appartenere al genere femminile. È una donna sola, confortata solo
dall’amicizia del medico, eppure non si spaventa.
Di questa donna si è rischiato di
non venire mai a conoscenza. Non è citata negli annali dei viceré, mentre in
una Storia Cronologica dei Viceré e in un Dizionario, editi in Italia, è solo
accennata. Una inspiegabile, o forse troppo spiegabile, omissione.
lunedì 18 aprile 2016
Storia vera e terribile tra Sicilia e America, Enrico Deaglio
Questa sera il libro da discutere
ci farà soffrire un po’, almeno a me è accaduto. Ad un certo punto della
lettura, quando si sono svelati alcuni fatti, non riuscivo più a guardare
l’immagine in copertina. Qui è ritratta la foto di un uomo, Joe Defatta. Mi
consola che, parlando di lui e di altri quattro sventurati stasera, come già
prima ha fatto l’autore, restituiremo loro un po’ di giustizia. La storia,
infatti, è quella di un linciaggio collettivo dove Joe, Charles, Frank, Rosario
e John, tutti migranti cefalutani, diventano strani frutti nella sconosciuta Tallulah. La causa della loro morte
è una capra che aveva infastidito il dottore del paese.
A parlarne siamo io, Giovanni,
Marco, Annalisa, Lavinia, Patrizia R., Maria, Elke e Rosanna.
Marco ha imparato cose
interessanti. Secondo lui questo libro non è un romanzo, però è una storia che
va letta. Si è fatto un’idea personale della vicenda. Questi fratelli Defatta,
migranti, venuti dal nulla, dalla lontana Sicilia, sono bravi. Invidia
commerciale, quindi, prima di tutto. Poi, c’era che trattavano bene i negri,
quando questi erano ancora oggetto di razzismo feroce. Forse erano prepotenti,
e allora basta un episodio per montare la gente che non la fermi più. Aggiunge
che suo padre è venuto via dalla Sicilia perché odiava i Siciliani.
Maria gli avrebbe dato un pugno
su quest’ultima frase. Ma resta calma a chiedersi da dove derivi la parola
linciaggio, la legge del linciaggio. Pensava fosse legata alla lapidazione e
invece scopre che l’origine è la legge di Lynch. Ovvero, omicidio da parte di
una folla di una persona sospettata o reo confesso di un delitto. Soffre Maria
perché, secondo lei, non ci siamo spostati di una virgola da quell’episodio in
avanti. Quei Siciliani sono andati lì per bisogno. Poi, a causa del loro
destino, sono stati in una canzone e in una favola. L’ha colpita molto il
capitolo otto, strani frutti. Corpi senza vita, appesi agli alberi in bella
mostra. Trova però che il libro non sia un vero e proprio romanzo storico. È
più una ricostruzione poliziesca od un saggio.
Patrizia dice che se si fosse
trattato solo di un saggio, non ci avrebbe colpito così nel profondo. I fatti
storici si incontrano dentro un vissuto che è romanzato, facendoli diventare
propri. Le notizie sui personaggi sono romanzate, e il tentativo di rivestire
la storia di umanità. Poi, c’è la scelta delle notizie. Leggendo, si
progredisce nell’esserne colpiti, messe proprio in un certo punto. Ci invita a
riflettere Patrizia R. sul significato che vogliamo dare alla parola mafia oggi
e allora. Forse è meno grave il significato di allora. Inteso come
aggregazione.
Ad Elke è piaciuto molto. Ha
trovato tutta una parte di storia di cui aveva notizia, ma della quale non
avevo letto alcunché. Ha trovato forme di razzismo pesante. Si è intenerita
leggendo di come i Siciliani, imparando la lingua del posto, storpiassero i
nomi delle città.
Lavinia l’ha trovato
attualissimo. Allo straniero riconosce una grinta che noi non conosciamo.
Riesce solo ad immaginare quale possa essere il dramma di spostarsi dalla
propria terra.
Annalisa sostiene che chi va nel
territorio d’altri è sempre considerato un invasore e un diverso.
A questo punto devo rammentare
che in realtà quella dei Defatta, non è una migrazione volontaria, ma la storia
di una deportazione ai danni di Siciliani delusi dalle promesse garibaldine e,
per questo, potenzialmente pericolosi. Il Governo italiano aveva bisogno di
disfarsi di queste persone, quello americano aveva bisogno di nuovi schiavi,
essendo venuti meno i Negri. Gli interessi si incontrarono in un accordo,
sconosciuto alla Storia. Per questo L’Italia, infatti, non difese la comunità
siciliana dalle accuse tremende che le venivano lanciate e, in più, i nostri
scienziati (vedi Lombroso) contribuirono a giustificare moralmente i
linciaggi.
Giovanni è d’accordo con Marco
nella ricostruzione delle dinamiche che possono essere state alla base
dell’omicidio collettivo. Ci fa notare lo strano caso di Pascoli che esortò gli
Italiani ad andare in Libia a conquistare terre, più che in Louisiana a farsi
linciare. È rimasto veramente male leggendo di Malcom X, il rivoluzionario nero
islamico, che negli anni Sessanta aveva ricordato agli Italiani americani
l’invasione dell’Italia da parte di Annibale.
Per Rosanna è impressionante che
siano stati deportati sotto una falsa propaganda, appunto. Gente analfabeta,
vittima di un Lombroso che aveva già fatto cultura. Diamo a tutti le stesse
possibilità e poi ne parliamo! Ci dice, ma vorrebbe dirlo ai veri mandanti di
quel crimine. Nessuno ha il diritto di considerare un altro inferiore. Le
differenze ci sono, ma queste differenze non possono far acquisire dei diritti
a danno di altri. È anche vero che all’interno dei gruppi esistono degli assunti
di base che se uno dev’essere eliminato per l’omeostasi del gruppo, lo si
elimina. È particolare che ospitalità abbia la stessa radice di hostis, nemico.
Ovvero, la paura che l’altro riveli degli aspetti intimi di cui non si è a
conoscenza. Il gruppo è paranoico.
Anch’io, come Patrizia, rifletto
su quanto ci abbia colpito questo libro. I monologhi dei cinque assassinati
sono strazianti. Per quanto romanzati, restituiscono voce, dopo 115 anni, a
cinque vittime di un ordine economico che aveva cercato e trovato una nuova
razza maledetta. lunedì 21 marzo 2016
Guardati dalla mia fame, MIlena Agus e Luciana Castellina
Le parti di questo libro si parlano da lontano. Da lontano perché la
distanza tra i fatti e il loro senso è davvero incolmabile. Libro a quattro
mani, di autrici molto diverse tra loro. Un fatto di cronaca viene raccontato
come realtà nuda e cruda da Luciana Castellina, come romanzo da Milena Agus. Il
fatto è quello del 6 marzo 1946, quando, in Puglia, due sorelle di quattro, ignare
della fame intorno, incolpevoli degli spari sulla folla, ma colpevoli per
storia e classe, vengono linciate. A parlare con me di questa terribile guerra
civile che si scatenò, non solo in Puglia, dal ’43 al ’49 ci sono Giovanni,
Marco, Sarah, Maria, Marina, Marella, Giuseppina, Annalisa, Elke e Patrizia B.
prima, però, ci soffermiamo sulla vita di queste sorelle, che sembrano un corpo
unico, chiuse nel loro palazzo.
Per Maria Milena Agus affronta il
vero, Luciana Castellina il verosimile. Le sorelle Porro non avrebbero mai
potuto immaginare una vita diversa da come la vivevano, erano chiuse.
Prigioniere di loro stesse e due volte vittime, perché a nessuno importava di
loro e non erano (non sembravano) neanche ricche. Erano avulse dalla realtà, la
loro colpa. La colpa di non voler sapere e non volere intervenire. All’interno
del racconto della Agus c’è un personaggio narrante che man mano diventa
l’alter ego dell’autrice stessa. A cui è venuto il nervoso a parlare delle
Porro. Per questo non ci rivela il nome di chi narra, perché è lei stessa , la
Agus. Il libro è particolare perché da quello che si legge, secondo Castellina,
la folla ha diritto ad una reazione violenta, mentre la Agus non la poteva
concepire.
A Marco ha interessato, ma non è piaciuto
il tipo di romanzo, come strutturato. La seconda parte l’ha trovata troppo
didattica. Le sorelle Porro hanno una consapevolezza ingenua. La loro serenità
basata sulla fede, ma fuori dalla realtà, non le ha salvate.
Giovanni ritiene che la parte
storica, la seconda, poteva essere messo prima, ma il lettore poteva essere
prevenuto. Le due parti sono funzionali l’una all’altra. È indubbio che le
sorelle Porro si limitassero ad esistere. Ma non dobbiamo dimenticare, ci dice,
che stiamo guardando quella storia oggi, secondo i nostri criteri. Dovremmo
vedere le usanze di allora, inquadrarla in quel tempo. Le sorelle Porro sono
statiche, la voce narrante si muove solo dentro e solo dopo. Non c’era
trasmigrazione. Sebbene progressista, la voce narrante non fa niente finché
costretta.
Per Giuseppina le Porro sono quel
che resta di una famiglia, di un mondo che è morto. Per sposare un ricco
bisognava avere molti soldi. Non tutti i figli erano adatti al matrimonio, ne venivano
prescelti solo alcuni o, addirittura, uno solo. Gli altri potevano sposare un
povero, dice l’autrice, ma per le sorelle Porro sarebbe stata una vergogna.
Sembra, dunque, la morte di una famiglia. E anche se non restava loro molto, la
distanza è tale che il popolo non lo percepisce e vede solo il fatto che loro
fossero il simbolo della ricchezza. Mi piacerebbe, dice Giuseppina, capire
perché la narrante trovi pace nelle Porro. C’è nella Agus qualcosa delle
sorelle Porro, qualcosa di profondo che l’ha portata a scriverne. L’ha colpita
la museruola. E Di Vittorio che nel comizio non accenna minimamente alla
violenza del giorno prima. È qui che la Agus non si trova per niente. La
seconda parte è un saggio.
Sarah è d’accordo con Giuseppina,
ma una vita grama era di molti ricchi. Non è una invenzione della Agus.
Lavinia non ha finito, ha letto
solo la prima parte.
Per Marella l’autrice ha cercato
in tutti i modi di trovare una salvazione per le sorelle, invece la narrante
risultava loro ostile. Perché le tratta sempre come un essere unico. Come
personaggio, le è piaciuta la serva e l’educazione tacita, sebbene la bambina
vacilli. La scrittura le è risultata troppo semplice per la prima parte. Mentre
la seconda parte è stata noiosa, non c’era bisogno di scriverla.
Annalisa, nei racconti di amici,
ha conosciuto un mondo così. Dove il sacrificio di queste donne è tenere il
palazzo di famiglia.
Ad Alessandra è piaciuta la prima
parte, la seconda no. Le è sembrato un libro di storia.
Bisogna guardarsi dalla fame
della gente. Perché questa, la fame, si fa violenza e chiede vendetta.
lunedì 29 febbraio 2016
La vita sessuale dei nostri antenati, Bianca Pitzorno
Ada e Lauretta, cugine, orfane
entrambe, sono state allevate dalla nonna. Ma quello che si racconta in questo
libro sono storie di letto dei loro antenati. Viene ritrovato il diario della
nonna, con dentro rivelazioni inaspettate, figli sparsi, avi dal sangue blu
discutibile e gusti sessuali indicibili. Ada, a quasi quarant’anni, è una donna
libera sessualmente. Un incontro sconosciuto di una notte avrebbe potuto
renderla madre.
Presenti io, Giovanni, Marco,
Annalisa, Giuseppina, Patrizia B., Maria, Marina, Sarah e Alessandra.
Esordisco col disgusto che ho
provato a leggere questo libro. Quando l’ho prenotato, la libraia l’ha definito
carino e divertente. Per me non è né l’uno né l’altro. Anzi, a tratti
raccapricciante. Viene descritta una violenza sessuale come fosse la cosa più
normale che ti possa capitare durante un giro in barca. E poi questo continuo
spiare tra le lenzuola, ché se non racconti un po’ di sesso non c’è gusto. Mi
ha infastidito, e parecchio, dover pensare che l’emancipazione femminile passi
attraverso la sfera sessuale.
Maria ritiene che questa mia
ultima frase sia carica di moralismo, ma io, moralista, non mi sento affatto.
Ma tant’è. Anche a lei non è piaciuto. Non l’avrebbe mai comprato di suo, ma
salva tante cose. Delle antenate si chiede cosa potevano fare le donne. La
sessualità domina sia nella rottura totale degli schemi che nella adesione
totale agli schemi. Lei non ha sopportato Daria, l’amica di Ada. È una
femminista che taglia con l’accetta. Invadente e invasiva. Per il resto, è
davvero tutto possibile nel mondo delle emozioni e dei sentimenti.
Per Giuseppina questo libro
chiude il pensiero. Troppe vicende, un eccesso di cose che succedono, senza
dare il tempo al lettore di collegare qualcosa di suo. È un libro freddo, come
il personaggio. Gaddo, il marito di nonna Ada, non riesce però a vederlo come
un violentatore. Il suo atteggiamento era puro investimento erotico.
Secondo Marina il piacere
femminile ha cambiato la struttura sociale del nostro tempo. Trova belle le
donne che vincono le categorie delle loro epoche. Lei non è schifata da quello
che è accaduto alle loro madri. Tuttavia, ha fatto capolino nella lettura della
Ferrante, ed è tutto un altro leggere.
A Marco non è piaciuto. Ma ha
scoperto che cos’è l’arte topiaria. L’arte di modellare le siepi.
Sarah ritiene che la Pitzorno
racconti con leggerezza qualcosa che non può essere leggero.
Alessandra è perplessa.
Mentre Annalisa riesce solo a
dire che purtroppo storie di stupri ce n’erano, eccome.
Per Giovanni è stato un libro
illeggibile.
Patrizia B. ci chiede se anche
secondo noi lo zio Tancredi fosse femmina. Il finale, ai limiti della più
sciocca tragicomicità, pensa sia un espediente per fare il seguito.
Marella non l’ha finito, ma le
stava piacendo e lo finirà sicuramente. Trova la storia tra Ada e il vecchio molto
bella, ma riconosce alcune parti noiose.
lunedì 25 gennaio 2016
Itinerario Romanzo storico, proposte.
Eccole.
Guardati dalla mia fame di Milena Agus e Luciana Castellina.
Libro scritto a due mani, racconta una storia vera, l’uccisione delle sorelle Porro ad Andria nel 1946, nel clima infuocato del dopoguerra e della lotta per il lavoro e la terra tra braccianti ed agrari. Il libro si compone di due parti. Nella prima, scritta da Agus, l’autrice entra nel palazzo delle sorelle Porro e, tra immaginazione e documentazione storica, ricostruisce la “tragedia privata” delle protagoniste.
Storia e terribile tra Sicilia e America di Enrico Deaglio.
Il giornalista indaga sul linciaggio di cinque fruttivendoli siciliani a Tallhula, in Louisiana, nel 1899. Dietro la controversia per una capra molesta, che la versione ufficiale vuole all'origine dell'eccidio, i drammi dell'immigrazione e del razzismo. Che oggi si ripetono a parti rovesciate.
La rivoluzione della luna di Andrea Camilleri.
Correva l’anno 1677 quando, poco dopo essere stato nominato viceré di Sicilia, don Angel de Guzmán fu colto da morte improvvisa. I consiglieri del regno attendevano ancora la nomina di un sostituto, quando inaspettata giunse la notizia di una lettera, una sorta di testamento, che don Angel aveva scritto in caso di morte anticipata. Quale stupore per i consiglieri quando appresero che il defunto aveva nominato sua moglie donna Eleonora di Mora come viceregina! Che disonore essere governati da una donna in una situazione come quella!
lunedì 11 gennaio 2016
Il romanzo della nazione, Maurizio Maggiani
Questa è una storia di gente viva, viva davvero, intendo. Ed è la
storia di una Nazione che è morta, morta sul serio, voglio dire. Aveva in
mente di scrivere il romanzo della Nazione, l’autore. Ma disgraziatamente gli
muore il padre, quello che lui riteneva lo scrigno della Nazione. Il libro
racconta dei genitori e dei loro sacrifici. Della fatica e della lotta
politica. Della costruzione di un maestoso Arsenale Militare. Del diventare
grandi e delle speranze finite.
Ne parlo assieme a, Giovanni,
Sarah, Patrizia B., Marina, Margherita, Carla, Patrizia R., Rosanna, Rita e
Marella.
È un libro autobiografico, credo.
Interessante per vedere lo spaccato di un periodo e di un Paese. Una buona
scrittura che va per associazioni libere, perciò, a tratti faticosa. Le parti
sulla morte mi hanno colpita molto, ma anche quelle sulla poesia. La scelta
delle parole. Lo spirito di sacrificio. A forza di sacrifici si può prendere
una piega migliore e capitare proprio in quella piega. Poi, non c’è verso. Io
mi innamoro delle mani. Il primo romanzo della Nazione credo d’averlo letto
nelle mani ruvide di mio padre.
A Sarah non è piaciuto. L’ha
irritata moltissimo. Trova che sia solo una registrazione. Premessa valida, poi
nulla. L’ha finito e quindi? Si è chiesta.
Maria non lo ricorda più.
Avvicinandosi a Sarah, l’ha infastidita quanto più si staccava
dall’autobiografia. Come me trova che sia biografico con taglio storico. Ma
l’ha affaticata molto, proprio stancata, questo andare per associazione libera.
Stupenda la parte del suo diventare orfano. I personaggi stupendi, i nomi
spettacolari. Poi, quando deve sostenere il titolo, ci ricorda, sottolinea che
ogni singolo avrebbe potuto scrivere il romanzo della Nazione. Chi è Nessuno fa
storia.
A Rita mette ansia, le fa
tristezza. Fatica con la categoria del romanzo storico, era prevenuta, invece
leggendo non le è dispiaciuto. Anche la parte storica, forse perché aveva poche
aspettative. Lo definisce uno spunto per pensare come eravamo. Dove la patria
aveva la sua importanza e si facevano figli più facilmente. Dei pezzi
incastrati nell’insieme, il racconto, e nell’insieme lo consiglierebbe anche.
Giovanni ha sentito la sconfitta
del padre come fondatore di nazioni e come lui tutti quelli che ci hanno
provato. Sono diventati solo proletari, proprietari di figli. Il libro si
compone di due parti volute. Nella prima sono ben definiti i sentimenti dei
fondatori di Nazione.
Carla non lo ha finito. Più o
meno c’era, dice. Il racconto è un vissuti della nostra storia. Ha avuto la
sensazione che poteva finire 100 pagine prima. Le dispiace che l’autore parli
del padre come sconfitto. Non ha capito, perché aveva un vissuto pieno. C’erano
esigenze diverse, la vita era diversa. C’era il tempo di pensare a qualcosa di
ulteriore. La mentalità è fortemente cambiata.
A Rosanna le prime pagine sulla
morte le hanno dato fastidio. Perché gli serviva il padre per scrivere il
romanzo della Nazione. Eppoi: Nazione, che parolone! Nazione la fa pensare ad
un paese che deve difendersi da un nemico esterno. Il patriottismo c’è quando
c’è lo straniero, diceva Mazzini. Il problema è che è sfuggita una cosa
semplicissima, che invece San Francesco aveva capito. La gente il latino non lo
conosceva e bisogna parlarle col linguaggio visivo. Forse è qui tutto il
fraintendimento e il fallimento di una Nazione. Le Nazioni si fanno
conquistando.
Maria non è d’accordo. Rivendica
all’autore la lucidità di sapere come l’avrebbero fatta la Nazione. Con il loro
lavoro l’avrebbero fatta. Con il lavoro che era la loro utopia. Oggi non c’è
lavoro, non ci può essere alcuna utopia. Al povero padre, all’autore, manca il
passaggio di testimone. Questo è il fallimento.
Ma si può continuare a sognare,
aggiunge Giovanni. Forse vivere di sogni è un’utopia. Eppure Lutero e M.L. King
coi loro sogni hanno cambiato la storia. L’autore è questo che rimprovera al
padre, di non aver seguito i suoi sogni.
Già. Marina pensa che tutti i
figli potrebbero contestare qualcosa ai genitori. Che forse l’amore di patria
non esiste. Che deve iniziare a sentirsi fallita come genitore. Che come figlia
non ha acchiappato il testimone e non l’ha portato avanti.
Elke, il libro, non l’ha capito.
Non ha trovato le due parti. Solo pensieri liberi.
Per Margherita il senso del
racconto è che ci si è occupati del piccolo e si è perso di vista il grande.
Ancora Giovanni non ha capito, e
ce lo chiede, perché l’autore prima idolatri il padre, poi lo critichi.
Gli risponde Maria. Per riportarlo
per terra. Poi, anche per trovare una giustificazione per sé, Maggiani, di non
essere fondatore di Nazione. È quello che lei vorrebbe fare da tempo. Ha
sentito la possibilità per ognuno di noi di fare la Nazione. Convinta di
ricominciare noi da noi.
Per Patrizia B. la prima parte è tenera.
Poi, si è chiesta cosa stesse diventando il racconto. Cosa stiamo diventando
noi, adesso.
Marella ha sentito pesantezza
nata dall’assenza di un filo conduttore. A lei sembra che le persone si stiano
adagiando. E di quel periodo dice che probabilmente quando c’è stato il boom
economico le persone se lo son volute godere.
Questo tanto per dire che la storia non finisce mai, e va dove deve
andare. Si conclude così il libro. E sono restata incerta.
lunedì 16 novembre 2015
L’ultimo arrivato, Marco Balzano
L’ultimo arrivato è il racconto
di una migrazione bambina, dal nostro sud al nostro nord. Erano solo gli anni
cinquanta del secolo scorso. Il protagonista è un piccolo migrante, Ninetto,
detto pelleossa. Aveva appena nove anni, una madre silenziosa e un padre che
preferisce saperlo lontano, con almeno un cenno di futuro. Ma quella promessa
di futuro non è per tutti. La sua vita passa dalla fabbrica, al carcere, ad una
finestra su una strada di Milano.
A parlarne ci sono Maria,
Patrizia R., Giuseppina, Sarah, Mario, Patrizia B., Marella, Marco, Elke, Margherita,
Carla, Rosanna Giovanni ed io.
Per Maria Ninetto era un bambino
capace, ben delineato già a pagina 18. Aveva dovuto tirare fuori il coraggio
subito. Aveva una base buona, forte, poteva crescere bene. Invece rivela
egoismo all’ennesima potenza e un carattere possessivo ben definito, come lo si
può leggere a pag. 158. È raccontato tutto del suo carattere, spiega, non ci
dobbiamo immaginare niente. Maria l’ha odiato per come si è comportato con la
bambina (l’aveva presa e portata a vedere l’alveare
dove lui era stato, arrivando dalla Sicilia, a nove anni). L’aveva spaventata. Aveva perso completamente la testa. Lei,
leggendo, no. E sente lo spavento della bambina. Non accetta il finale positivo
e si chiede perché l’ultimo arrivato. Sicuramente non l’ultimo arrivato nella
baracca.
Secondo Elke ha fatto tutto
inconsapevolmente. E il finale, che non piace a Maria, è probabile sia motivato
dal fatto che ci sarà un seguito. Il sogno di quello che farà con la nipote.
Per Marco una tristezza infinita,
questo libro. È scritto bene, indubbiamente, ma è triste. E il fatto è che si
tratta di realtà che resistono tuttora. Lui ci ha visto più una sorta di
istintualità di uno che non ha cultura, non ha niente, una sorta di volersela
godere senza ragionare. Una persona che gli fa una gran tenerezza, perché nessuno
l’ha amato.
Rosanna ha visto un bambino
mandato via di casa, costretto. Attraverso la mano di paura della bambina è
entrato in contatto con la sua paura da piccolo. Lui ce l’ha fatta, ma solo
dopo che ha incontrato Maddalena. Poi, c’è il maestro che lo educa al bello.
Per Ninetto il Paradiso ha la poesia.
Giuseppina ha trovato dei morti
dentro in questi meridionali che vivevano nelle baracche. Se non puoi fare il
bambino, non hai più paura, muori. Secondo lei, Ninetto fa vivere la paura alla
bambina in una situazione in cui un adulto ti tiene la mano. È vero, provi
fastidio alla fine, perché l’impoverimento emotivo è grande. Quell’impoverimento
che lui ha bisogno di condividere con la nipotina, ma non è una consapevolezza
intellettuale. Ci arriva così. La protezione è ricorrente, per lui uomo fatto e
finito. Com’era accaduto quando credeva che la figlia stesse subendo violenza.
Mai avrebbe potuto pensare all’amore.
Marella non l’ha visto come
romanzo storico. Le ha fatto una gran pena quest’uomo, ma anche rabbia. È uno
che si è lasciato vivere. Non ha ricevuto un’educazione e quindi il suo agire è
spesso andato per istinto ed inconsapevolezza. Solo l’azione finale la fa con
consapevolezza, prende l’iniziativa. Non le è piaciuto l’inserimento della
omosessualità (Paolo), anche se io credo sia stata messa per ricambiare la
confidenza appena ricevuta. Trova, invece, molto bella la frase sui figli
vicini. Infine, secondo Marella i riferimenti continui al coltello sono
pensieri di suicidio.
Patrizia B. sperava in una
redenzione finale, ma Ninetto è vittima di se stesso. Ha fatto malissimo con la
bambina.
Per Patrizia R. è un libro
fantastico, con un linguaggio bellissimo, a parte qualche caduta di stile tale
da non renderlo solo una macchietta. Sgorgare, dice, riferito al cuore è
bellissimo. L’ha colpita la figura del maestro.
Carla ha trovato punti belli,
intensi, pieni di sentimento. A Milano dice di aver visto personaggi così, desolanti.
Ninetto è figlio ancora di un’Italia disastrata. Per lei non c’è alcun dubbio.
È un romanzo storico.
A Mario stasera piace ascoltarci.
Il libro lo ha infastidito dal primo momento all’ultimo. Forse non era nel
momento giusto, dice. Ninetto è un personaggio terribile. L’avrebbe ucciso lui
che è uomo. Vorrebbe cose divertenti in questo periodo, Mario, e questo libro
non lo è. Ci ha ammirato molto.
È tenera Maria che si è appena
impegnata a scrivere a Mario le frasi più belle di questo libro, di modo che un
po’ possa salvarlo. Ma Mario ha pienamente ragione, è un libro triste. Ninetto
è un uomo che non si può permettere di esprimere un desiderio, nella stella
cadente che non ha trovato. Sono d’accordo, poi, coi miei Itineranti, vive
molto di istinto. Non poteva avere consapevolezza del suo mandato di padre,
perché lui stesso aveva subìto la mancanza. E, come ha detto Marco, nessuno
l’aveva amato. Neppure i lettori, purtroppo. E forse ci stiamo accanendo su una
vita che aveva esigui strumenti: la poesia e il mito del maestro. Poi, solo
trent’anni di fabbrica e la pesante eredità di non essere stato bambino. Un
tunnel buio definisce gli anni in fabbrica, Ninetto. Al pari del carcere.
Brutti. Gli è davvero mancato essere stato bambino. Perché dove si è stati
piccireddi non è mai completamente brutto.
Giovanni, al suo primo incontro,
è restato ad ascoltarci.
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